martedì 24 luglio 2007

Il Bibliotecario, 2. parte

Tuttavia, una delle doti più tipiche del bibliotecario è, o dovrebbe essere, la modestia. L'immensità dell'apparato di scienza da cui egli si vede circondato sviluppa generalmente in lui questa dote ricordandogli in ogni momento, meglio che a chiunque altro, quanto sia grande il vuoto del proprio sapere: cioè, come confessava Socrate, quanto sia grande la propria ignoranza. Chi non ambisce alla superiorità che questa cosciente modestia può conferirgli non ha l'animo di bibliotecario. Sia detto ciò con buona pace di qualche giovane bibliotecario che appena entrato in biblioteca s'atteggia a piccolo «grand'uomo» quasi che il semplice contatto con l'ambiente libresco bastasse a infondergli il sapere che non ha; e ostenta arie di sufficienza per certe inevitabili applicazioni iniziali proprie del mestiere che ha scelto.

Non è più possibile, oggi, che un bibliotecario legga, come faceva Magliabechi, tutti i libri che acquista: ma tra questo e il far passare un libro sotto i propri occhi senza averne guardato che il frontespizio, c'è pure grande distanza. La tendenza odierna trae piuttosto in questa seconda direzione, credendosi che basti al bibliotecario diventare il puro tecnico d'un macchinario montato per l'uso automatico e sbrigativo di tutti. Eppure, M. Herbert Putnam, l'illustre direttore della Biblioteca del Congresso di Washington, la più modernamente organizzata e pluriefficiente biblioteca del mondo, rimpiangeva i bibliotecari d'un tempo e riconosceva che «per quanto grande fosse il suo rispetto per il successo dei moderni sistemi, la sua ammirazione andava sempre al bibliotecario della vecchia scuola, l'animo del quale s'elevava al disopra della pura amministrazione e del funzionamento, e il cui occhio si appassionava più per l'interno d'un libro che per l'esteriore compiacimento di un lettore». Il nostalgico riconoscimento, espresso così simpaticamente da uno dei più illuminati bibliotecari moderni, è certamente da ammirarsi, ma anche da meditarsi da noi con molti grani di sale. Perchè questo appunto è il problema che specialmente in Italia son chiamati a risolvere i bibliotecari: introdurre il nuovo nel vecchio quanto è necessario a render possibile l'utilizzazione dell'uno e dell'altro con decoro dell'istituto e soddisfazione di chi ne ha bisogno. Ciò che, data la ricchezza atavica delle nostre biblioteche e la nostra povertà di mezzi, porta, nell'esercizio dell'ufficio, ad ogni genere di acrobatismi di cui è difficile rendersi conto dall'esterno, e pei quali spesso la biblioteca finisce, come nel buon tempo antico, per identificarsi col bibliotecario. Perchè su lui viene a gravare un complesso di mansioni di cui non può neppure parzialmente spogliarsi anche se logicamente è portato a riconoscere che son troppe per un solo, e che la sua coscienza potrebbe restar tranquilla negligendone alcune. Ma come può fare dal momento che non trova rispondente alla divisione del lavoro un personale che non s'è scelto da sè, nè può cambiare a suo giudizio, e che non è mai in numero sufficiente, e che quando anche lo fosse, manca generalmente della necessaria preparazione culturale o di attitudini incontrollabili nell'assunzione?


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